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La spiaggia affollata come pratica meditativa

Chissà perché la chiamano spiaggia libera quando poi in realtà una volta arrivati sul posto con ombrellone e asciugamano é tutto tranne che libera?

E’ molto appagante però in quel pot pourri di gente, trovare uno spazio per il proprio ombrellone e issarlo nella spiaggia sentendosi un po’ come Armstrong che appena sceso sul suolo lunare si prestava a piantare la bandiera degli Stati Uniti.

Come pratica meditativa la spiaggia durante l’alta stagione è una cosa interessante.

Mentre ti riposi c’è il tizio che parla ad alta voce con un suo amico della propria relazione con l’ex non andata a buon fine e senti il rancore nel fumo della sua sigaretta.

Poi c’è la madre che strilla il figlio perché si è fatto il bagno subito dopo aver mangiato….e poi c’è lo stesso figlio che ti tira la sabbia addosso mentre passa accanto al tuo asciugamano correndo.

Dulcis in fundo il vento ti porta via l’ombrellone scaraventandolo verso dei poveri bagnanti e di conseguenza per una sana etica morale e quiete balneare, tu devi preparare un trattato di pace fatto di cortesi e amorevoli scuse.

Il Dalai lama torturato dalle zanzare disse “La fede mi vieta di ucciderle”...ed io (che non mi voglio assolutamente paragonare al Dalai Lama) pensavo mentre consumavo un panino: ”La pratica meditativa della Presenza mi vieta di spazientirmi.”

Buffo poi notare come questo pensiero alimentasse la fiamma dello spazientimento anziché quella della quiete.

Ho risolto poi il tutto con un sano e vigoroso stile libero alternato a un mio credo particolare stile di nuoto chiamato “dorso rana”.



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